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Exploring what it means to be human, one story at a time.

Rachel: Lettura da Between Mirror - Ritual

Si gettava il sale dietro le spalle, si mangiavano fagioli il mercoledì, si esprimeva un desiderio con le primizie dell'anno, si concludevano le attività all'aperto al tramonto. In quella casa, la vita aveva modi diversi per scandire il passare del tempo: il canto dei piccioni al mattino, l'altezza del sole a mezzogiorno, il suono della vecchia campana della vicina chiesa nel tardo pomeriggio.

Rachel: Lettura da Between Mirror - Ritual
Rachel: Lettura da Between Mirror - Ritual Francis Rosenfeld

Verso i sei anni, Claire iniziò a chiedersi cosa fosse successo ai suoi genitori. Provò a domandarlo ai nonni, ma loro si turbarono a tal punto che lei pianse per giorni e decise di non sollevare mai più l'argomento. I bambini tendono a credere che tutto ciò che non va nel mondo debba essere colpa loro, che gli adulti si arrabbieranno e smetteranno di amarli; Claire non faceva eccezione. Naturalmente non smise mai di interrogarsi sulla questione, in silenzio, e negli anni costruì scenari fantastici su ciò che poteva essere accaduto loro, storie eroiche e straordinarie che le facevano sperare che, forse, un po' di quella eccezionalità fosse passata anche a lei.

Non si direbbe che la vita di Claire fosse eccezionale. Ma non la si definirebbe nemmeno miserabile. Si era impegnata così tanto per integrarsi che i risultati, rivelatisi l'esatto opposto, erano quasi esilaranti nella loro mediocrità. Sfortunatamente Claire non poteva apprezzare la sottile ironia della cosa, perché aveva perso il senso dell'umorismo lungo la strada, sostituendolo con un atteggiamento compiacente volto ad assecondare qualsiasi opinione potesse incontrare nel suo cammino.

Quel pomeriggio, dopo essere stata rimproverata per aver chiesto dei genitori, Claire era corsa in giardino a nascondersi nella conca naturale creata dalle radici spesse e nodose di una quercia dove emergevano dal terreno; da quel giorno, quel posto divenne il suo rifugio segreto dal mondo, il luogo dove poteva andare a sognare e trovare conforto nei momenti belli e in quelli brutti. Quella quercia rimase la sua migliore amica per tutta l'infanzia: non giudicava, non aveva aspettative e ascoltava tutto ciò che la fervida immaginazione di Claire partoriva. Un'amica bizzarra per una bambina, ma, come ho detto, Claire stessa era bizzarra.

Ora sedeva su quella sedia naturale, a occhi chiusi, ascoltando il canto degli uccelli, le raganelle e il vento che soffiava tra il fitto fogliame. Il tintinnio di piatti e posate faceva loro da accompagnamento: erano i nonni che apparecchiavano per la colazione fuori nel patio, come d’abitudine da decenni. Nella natura perennemente mutevole delle cose, quel rituale sembrava quasi un dono, uno dei punti fermi che tenevano la sua vita ben ancorata alla realtà e le impedivano di essere dispersa dai venti. Accadeva sempre alla stessa ora, oltretutto. Continuò a sorridere, a occhi chiusi, aspettando che l'orologio a pendolo rintoccasse le nove. Uno... due... tre... bang... bang... bang... Claire contò i rintocchi gutturali insieme all'orologio fino a raggiungere il nove, poi si alzò per unirsi ai nonni a tavola.

—Hai dormito bene, bebelle? —chiese la nonna sorridendo.

Il sonno di Claire era stato turbato da sogni strani, la maggior parte dei quali non riusciva a ricordare, ma che l'avevano lasciata inquieta e spossata. Era il caldo, pensò; non era più abituata a quel calore dopo tutti gli anni trascorsi lontano, mentre da bambina non le dava fastidio. Per quanto fosse felice di essere tornata a casa, sentiva qualcosa di stonato, strano, fuori posto, come se la realtà fosse stata in qualche modo piegata o ammaccata nel presente, ma solo leggermente, permettendo a tutto di apparire quasi normale. Quasi.

—Sì, grazie, maman —rispose sorridendo educatamente; le sue abilità sociali, faticosamente acquisite, scattarono d'istinto, ansiose di soffocare ogni possibilità che la sincerità o, Dio non voglia, una connessione autentica potessero coglierla di sorpresa.

—Non mentirmi, bambina. Ti conosco da quando eri in fasce —la nonna scosse la testa con un gesto così familiare per Claire che d'un tratto le rallegrò l'umore e la fece sentire al sicuro. Sorrise.

—Non importa, davvero.

—Prendi un po' di caffè —la invitò la nonna.

Claire prese la vecchia caffettiera di porcellana e versò con cura il liquido scuro nella tazza. I suoi nonni avevano questa regola, che Claire non aveva mai messo in discussione da bambina ma che non aveva mai incontrato altrove nella sua vita adulta: ogni membro della famiglia doveva usare il proprio piatto e la propria tazza, senza mai scambiarli con quelli degli altri. C'era un servizio di porcellana coordinato, naturalmente, completo di zuppiere e salsiere e abbastanza grande per ventiquattro persone, ma veniva usato solo quando la famiglia ospitava cene formali e in nessun'altra occasione. La tazza e il piattino di Claire erano di porcellana finissima, dipinti a mano con delicate decorazioni in blu e oro e così sottili da essere traslucidi; sembrava quasi un miracolo che fossero sopravvissuti a tutta l'infanzia di Claire.

Non era abituata a vedere il caffè in quella tazza, date le sue solite consumazioni da ragazzina che consistevano in tè al tiglio con limone e miele o latte al cioccolato. Le metteva tristezza che ora contenesse una bevanda da adulti, specialmente perché non era ancora riuscita a capire come si facesse a essere adulti.

—Latte? —offrì la nonna, come se avesse udito i pensieri della nipote.

Claire versò il latte nella tazza già colma, facendo fuoriuscire il caffè nel piattino.

—Per fortuna! —La nonna intinse l'indice nel piattino e sporcò di caffè la fronte della giovane donna, un'altra delle tante usanze che Claire non metteva mai in dubbio.

Si gettava il sale dietro le spalle, si mangiavano fagioli il mercoledì, si esprimeva un desiderio con le primizie dell'anno, si concludevano le attività all'aperto al tramonto. In quella casa, la vita aveva modi diversi per scandire il passare del tempo: il canto dei piccioni al mattino, l'altezza del sole a mezzogiorno, il suono della vecchia campana della vicina chiesa nel tardo pomeriggio. Le stagioni erano annunciate dai profumi: la fragranza dei fiori degli alberi, l'aroma surriscaldato delle erbe aromatiche, il profumo dolce e pesante del raccolto, l'odore umido della pioggia.

L'orologio a pendolo era l'unica eccezione in questo mondo che segnava il proprio tempo, come se fosse stato portato lì dall'esterno solo per ribadire un concetto.

Il nonno di Claire passava in rassegna i compiti della giornata, come faceva sempre a colazione, sorseggiando lentamente il caffè tra i rari tiri della sua sigaretta mattutina, la cui punta brillava color ambra al ritmo delle boccate e che stava inquietantemente lontana dalla sua mano, all'estremità di un lunghissimo bocchino di tartaruga. Quando era bambina, era compito di Claire preparare la sigaretta e infilare così tanto cotone nel bocchino che quasi nessuna traccia di nicotina riuscisse a passare.

Lenti riccioli di fumo grigio-blu danzavano nell'aria del mattino, attirati verso il cielo dalle correnti d'aria ascendenti. Il nonno finì di stilare il programma giornaliero e si voltò verso Claire. Era di buon umore, uno stato d'animo che la presenza della sua amata nipote non faceva che amplificare.

—Vado in città, vuoi venire?

Si riferiva al giro quotidiano in bicicletta dal fornaio, da cui tornava sempre avvolto dall'irresistibile profumo del pane caldo. Claire fece immediatamente una lista mentale delle cose che sperava facessero ancora e si alzò da tavola senza dire una parola per seguirlo. Erano passati decenni dall'ultima volta che era andata in bicicletta e si sentiva un po' impacciata nel riprovarci.

—Non ti cambi? —Il nonno si voltò.

Aveva quasi dimenticato la prima regola per uscire: non si lasciava mai la casa indossando qualcosa che non fosse un abito da passeggio. I vestiti dovevano essere perfettamente stirati, le scarpe lucidate a specchio, sempre un ultimo controllo agli specchi prima di varcare la porta. Forse era quello il mistero degli specchi paralleli, pensò Claire, anche se bisognava ammettere che persino per una famiglia con standard così elevati di cura personale, riflettere la propria immagine all'infinito era un tantino eccessivo.

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