Exploring what it means to be human, one story at a time.
Ethan: Lettura da The Room In Between - Continuity
L’oscuro passaggio ammiccava da dietro il pannello aperto, ma non era come il precedente, un buco nero come la pece; era uno spazio poco profondo, come l’intercapedine di una doppia parete, il cui fondo era abbastanza vicino da poter essere toccato allungando la mano. Su questa parete di fondo, posizionata opportunamente su uno scaffale proprio davanti al suo viso, c'era una torcia. Era accesa.
—Naturalmente! —mormorò alzandosi dal divano in pelle su cui aveva dormito, stiracchiandosi un po' per sciogliere la schiena dolorante. «Che posto è questo?» si guardò intorno, in qualche modo sollevato nel trovarsi in un ambiente familiare.
La luce nella stanza era così fioca che i faretti sotto i ripiani di vetro esaltavano la qualità luminescente dei liquori dentro le strane bottiglie, facendoli brillare di una luce propria, come se fossero essi stessi parte dell'illuminazione d'ambiente.
Si accorse, con sconcerto, che lo stomaco gli brontolava; era affamato come se non mangiasse da giorni.
«Chissà se tengono del cibo da queste parti», iniziò a frugare nei frigoriferi sotto il bancone in cerca di bottino. Emerse vittorioso dalla sua spedizione negli inferi del bar, con un sandwich in una mano e un piatto nell'altra. Si apparecchiò un posto dall'altro lato del bancone e tornò indietro a prendere la birra.
«Non è poi così male, in effetti», pensò, ragionevolmente soddisfatto mentre buttava in bocca l'ultimo morso del sandwich e lo mandava giù con quel che restava della bottiglia.
Si alzò per prendersene un'altra fresca e il suo buonumore si fece improvvisamente cupo: le luci nella stanza avevano iniziato ad affievolirsi. Sospirò, infastidito, afferrò una barretta di cioccolato per il viaggio e si avvicinò alla parete per scegliere un motivo.
Quale motivo scegliere? Avrebbe fatto differenza, uno piuttosto che un altro? Dopotutto, non sapeva comunque cosa significassero quei disegni, né se vi fosse una gerarchia, una sorta di ordine che aiutasse a dare un senso alla collezione nel suo insieme, invece di vederla come un kit di pezzi scoordinati.
Cercò di stabilire delle connessioni tra i fregi e i disegni geometrici, uno sforzo inutile in realtà, come cercare di trovare i bordi taglienti di un torrente in piena. Scrollò le spalle, pensando «che senso ha», e scelse un motivo a caso.
L’oscuro passaggio ammiccava da dietro il pannello aperto, ma non era come il precedente, un buco nero come la pece; era uno spazio poco profondo, come l’intercapedine di una doppia parete, il cui fondo era abbastanza vicino da poter essere toccato allungando la mano. Su questa parete di fondo, posizionata opportunamente su uno scaffale proprio davanti al suo viso, c'era una torcia. Era accesa.
—Non ci credo —esitò, cercando di capire dai movimenti dell'aria se quello stretto spazio interstiziale avesse un'altra apertura da qualche parte lungo il percorso.
Aggrottò la fronte, sul punto di decidere di lasciar richiudere la porta, segnare quel motivo come inutilizzabile e tentare la fortuna con uno migliore, ma la curiosità ebbe la meglio e fece un passo dentro, quasi contro la sua volontà, mentre il pannello si chiudeva alle sue spalle.
Si pentì immediatamente della decisione, ma il pannello era ormai chiuso e non riusciva a vedere né a sentire alcuna traccia dell'apertura; così sospirò, afferrò la torcia e iniziò a camminare lungo la parete.
Lo spazio interstiziale era grezzo e le intercapedini tra i montanti erano piene di polvere e ragnatele, e cavi elettrici che si raccoglievano in grossi fasci qua e là, pendendo in pigre curve catenarie lungo i correnti.
Dovunque fosse il piano del tetto, era troppo alto per essere visto nel fioco bagliore della torcia, e ogni tre metri circa i grossi fasci di cavi svoltavano verso l'alto, arrampicandosi sui doppi montanti come edera e scomparendo nell'oscurità sovrastante.
Camminava in quello spazio stretto da non sapeva nemmeno quanto tempo, dovendosi girare di fianco di tanto in tanto per superare sfiati e condutture verticali, quando notò che l'intelaiatura orizzontale stava mutando, allungandosi sempre più in profondità e trasformandosi in scaffali e griglie su cui vedeva oggetti disparati, coperti di polvere: una scatoletta di veleno per topi, una pila di staffe per scaffali, una bottiglia d'acqua vuota.
Più avanzava, più gli scaffali si riempivano, ed erano distanziati di trenta centimetri l'uno dall'altro; con il corridoio che si allargava fino a un comodo metro e venti, lo spazio interstiziale iniziò a prendere l'aspetto del retro di una biblioteca.
Lo strano deposito, pieno di pile di libri tutti protetti in buste di cellofan per archiviazione e rilegati allo stesso modo, senza titoli o segni distintivi, terminava bruscamente davanti a una grande porta tagliafuoco, larga quanto il corridoio.
Si poteva vedere lo spazio oltre la porta attraverso il vetro retinato: un'enorme sala da lettura avvolta da pesanti armadiature in legno, con il soffitto a cupola ornato di affreschi.
Nonostante lo spazio fosse a malapena visibile nel tenue riflesso delle luci di emergenza, lo riconobbe immediatamente.
«Che diavolo ci faccio qui?» pensò mentre provava la porta, giusto per scrupolo. Come previsto, era chiusa a chiave.
Si girò per tornare indietro e fissò, sbalordito, una stanza quadrata abbastanza grande da non sembrare claustrofobica e circondata da scaffali. Non c'era alcun corridoio.
«Be', —pensò, —credo che dovrò solo mettermi comodo e aspettare che il posto apra.» Qualcuno sarebbe passato di certo in quella grande sala da lettura pubblica durante l'orario della biblioteca e lo avrebbe sicuramente sentito bussare alla porta. Mentre cercava di comporre una spiegazione plausibile su come fosse finito chiuso in una sala d'archivio fuori orario, un filo di pensiero, freddo come azoto liquido, si fece strada nella sua mente e si riversò in tutto il sistema nervoso, facendogli formicolare le mani e intorpidire il mento: era stato in quella sala da lettura pubblica così tante volte da averne perso il conto ed era assolutamente certo di non aver mai notato una larga porta di metallo. Non c'erano dubbi nella sua mente. Cercò di consolarsi pensando che forse il lato pubblico della porta era stato alterato esteticamente per intonarsi all'arredamento, un pensiero che scartò perché non aveva senso. Tutte le porte per il personale che ricordava di aver visto in quella stanza erano larghe a malapena settantacinque centimetri.
In preda al panico, scattò e iniziò a scuotere la maniglia in un tentativo irrazionale che invece ebbe successo: la porta si aprì senza sforzo. Guardò dall'altra parte, restando ancora sulla soglia, e non fu nemmeno sorpreso nel confermare che si trattava effettivamente di una delle strette porte per il personale che conducevano alla sezione riservata. Una sigla dorata in corsivo, JC, contrassegnava la porta. Guardò di nuovo all'interno e la trovò trasformata in uno sgabuzzino di appena un metro per un metro e mezzo, con un vecchio lavatoio in un angolo e prodotti per la pulizia ordinatamente impilati nell'altro. Un ghigno ironico gli piegò gli angoli della bocca.
—Lo sgabuzzino delle scope? Dico davvero?
Il problema nel comprendere la realtà non è che non riusciamo a vederla per ciò che è, ma che la vediamo eccome, ma cerchiamo di spiegarla in altro modo perché le scoperte non collimano con il nostro modello mentale di ciò che dovrebbe essere.
—Mi scusi, signore? —disse una voce alle sue spalle. Si voltò e vide una donna il cui volto tradiva un conflitto interiore; stava ancora valutando se essere gentile con il visitatore smarrito o severa verso il trasgressore che cercava di intrufolarsi in un'area riservata. —Cosa sta facendo? Quelle porte sono solo per il personale.
Lui sfoderò il suo sorriso più affascinante, ma non ebbe tempo di imbastire una risposta prima che la donna diventasse aggressiva.
—E lei come è entrato qui? La biblioteca ha aperto solo due minuti fa!
Si agitò in cerca di una risposta mentre lei lo fermava con un gesto deciso della mano.
—Resti proprio lì, per favore! Chiamo il mio responsabile.
—Di cosa si tratta? —un distinto signore anziano in abito a tre pezzi si avvicinò ai due.
—Questa persona stava cercando di accedere a un'area non pubblica, —spiegò la donna.
—Non è così, in realtà, —disse lui prendendo tempo. —Ho smarrito gli occhiali. Oh, eccoli lì, —sorrise e indicò allegramente un paio di occhiali appoggiati sopra il divisorio tra le stampanti. —Notte lunga, sa? —sorrise scusandosi, afferrò gli occhiali e se li mise sul naso, faticando a far adattare la montatura stretta al suo viso.
Erano troppo piccoli.
Il bibliotecario più anziano aggrottò la fronte in segno di disapprovazione per l'aspetto trasandato dell'uomo che aveva davanti. I suoi vestiti erano impolverati, come se avesse dormito sul pavimento, e si vedevano brandelli di ragnatele pendere da una delle maniche. Scosse la testa sconcertato e se ne andò senza dire una parola, pensando a quanto fossero decaduti i costumi della società civile se un utente si presentava a richiedere materiali al banco consultazione smaltendo una sbronza alle otto del mattino. Il suo passo si allungò mentre si avvicinava al suo ufficio, nel quale entrò sollevato, chiudendoselo alle spalle. Il suo tempo di ricerca mattutino, rispettato da tutti.
«Cosa devo fare adesso?» il viandante smarrito si guardò intorno, vide di non essere sorvegliato e approfittò della fortunata occasione per andarsene.
Poteva sentire la bibliotecaria chiamarlo da dietro mentre si faceva strada lungo le monumentali scale di marmo tra la folla di persone che le percorreva in su e in giù.
—Ehi! Quelli sono i miei occhiali! Fermatelo! Fermatelo immediatamente! Sicurezza! —Abbandonò gli occhiali sulla cima piatta di un montante della scala e si perse tra la folla per uscire verso il parco. «Chi sono?» gemette, angosciato. «Chi sono? Perché conosco questo posto? Come farò mai a tornare a casa se non so nemmeno dove sia?»
Infilò la mano in tasca e tirò fuori la barretta e un mazzetto di banconote da un dollaro, tutte stropicciate e leggermente umide. Anche l'aria del mattino era umida e un vento tagliente lo colpì fino alle ossa, come a volerlo punire per aver camminato all'aperto senza cappotto così presto in primavera. Addentando il dolce, sorrise alle banconote, svoltò bruscamente a sinistra e si diresse verso una minuscola caffetteria nel seminterrato dell'edificio di fronte. Ai suoi occhi servirono alcuni secondi per abituarsi al buio dopo essere stato fuori nella luce brillante del mattino, e si rese conto di dove fosse solo quando sentì le note soffuse della musica d'ambiente, dopo che la porta si era già chiusa alle sue spalle.
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